La Terrazza dei Maestri: Vincenzo Cardarelli

Un Posto di vacanza

il-poeta-vincenzo-cardarelliVincenzo Cardarelli

La speranza è nell’opera.

Io sono un cinico a cui rimane

per la sua fede questo al di là.

Io sono un cinico che ha fede in quel che fa.

Homo sum

Io pago tutto.

Non c’è peccato

ch’io non abbia finora

debitamente scontato.

Ho un organismo vitale

che vuole, contrariamente

al Diavolo di Goethe,

vuole il Bene e fa il Male.

Pensate quale puntualità

e che liste di conti da saldare.

Ai messi del Signore

l’uscio della mia casa è sempre aperto.

E spesso delle loro intimazioni,

prevenendole,

io stesso senz’attenderli

mi faccio esecutore.

Sì che quand’essi giungono

ritto sull’uscio li fermo

e li rimando dicendo:

Amici, sono anch’io

cursore e complice di Dio.

Che dunque venite a fare

se il debito è già pagato?

Forse è perciò che una donna cattiva

suole dire celiando

Ch’io sono un santo e innanzi di morire

farò miracoli.

Talvolta infatti…

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Pavese nello specchio di Orfeo

Il classicista

Non so quanto siano ancora letti i Dialoghi con Leucò, capolavoro di Cesare Pavese pubblicato nel 1947; quanto, per esempio, i professori ne consiglino la lettura ai loro studenti. Per ovvi motivi non sarà come fino al XX secolo, che quel libricino era irrinunciabile nella biblioteca di un intellettuale (e ancora questo termine non era così fuori corso e tedioso).

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Otto poesie di George Gordon of Byron (per un reading al Giardino degli Eroi a Missolungi, 28.04.2017), traduzione e nota di Furio Durando

LA PRESENZA DI ÈRATO

1200px-George_Gordon_Byron,_6th_Baron_Byron_by_Richard_Westall_(2)

Cammina, lei, nella bellezza

Cammina, lei, nella bellezza, come
la notte a latitudini serene
e sotto cieli trapuntati a stelle;
e tutto il meglio di splendore e buio
s’accorda nel suo aspetto e nei suoi occhi,
fatti sì dolci a quella luce tenera
che il cielo nega al giorno scintillante.

Un’ombra sola in più, di meno un raggio
solo spariglierebbero la grazia
che indicibile disegna onde nere
sopra ogni treccia, o tenuemente illumina
il suo viso, dove i pensieri esprimono
sereni, dolcemente, quanto pura,
quanto amata sia la lor dimora.

E sopra quella gota e quella fronte,
tanto morbide, e calme, ed eloquenti,
il riso suo che avvince, i suoi color
che brillano raccontano di giorni
consunti nel far bene, di una mente
ch’è in pace universale, e del suo cuore,
e del suo amore ch’è tutto innocente!

She Walks In Beauty

She walks in beauty, like the night
Of…

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Omaggio a Giorgio Bàrberi Squarotti

Poetarum Silva

2009 14 bàrberi squarotti gli affanni

Giorgio Bàrberi Squarotti, 14 settembre 1929 – 9 aprile 217

Sul balcone

Sul balcone è rimasto salvo solo
un geranio rosato al suo ritorno
dopo le settimane d’altre stelle
esanime e la luna troppo accesa
sopra i canali incerti e il soffio, forse,
di un fiume in mezzo a monasteri e chiese
e i fremiti di canne e di campane.
Un po’ piegata, nuda nel candore
veemente del mattino, le tettine
dolcemente tremanti, la poca acqua
versava impietosita e molto erronea
sulla terra brulla, ma più ancora
sull’indorato seno e sui capezzoli
induriti, fino alle cosce subito
nervose. Sui capelli, aridamente
le cadde un petalo dal cielo, e giunsero
allora merli e passeri e colombi
a beccarle per allusione e gioco
la pelle desiderata; ed appena
qualche piccolo segno rosso, dopo,
le rimaneva, come un dono ironico
o un avvertimento del suo tempo
che si è fatto troppo breve, e allora

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L’amore secondo Boris Pasternak nelle poesie che chiudono il Dottor Živago, di Paolo Ruffilli

LA PRESENZA DI ÈRATO

974_Pasternak-La-notte-biancaL’amore occupa una parte importante delle poesie di Boris Pasternak, soprattutto ricostruisce in versi il percorso sentimentale di Jurij Živago nel parallelo con lo sviluppo del romanzo. A ben guardare, si attesta anche nelle poesie l’assunto fondamentale, prima di tutto autobiografico, che innamorarsi non è sempre lo stesso che voler bene e che, quando le due cose coincidono, l’esperienza dell’amore è esaltante e “due esseri a un tratto, pur nella loro concretezza terrena, si staccano da ogni cosa terrena.” L’amore si manifesta addirittura come dono straordinario: “Amano tutti senza rendersene conto, / di quanto è straordinario / questo loro sentimento.” Siamo in un’ottica superiore, più cristiana che romantica: “Il dono dell’amore, è vero, / è come ogni altro dono: / non chiede spiegazione, / per quanto grande sia / non si rivela mai senza sorpresa / nell’illuminazione.” Ha la sua carica di sensualità: “

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Sei poesie di Giuseppe Ungaretti

LA PRESENZA DI ÈRATO

220px-Giuseppe_UngarettiGiuseppe Ungaretti nasce ad Alessandria d’Egitto nel 1888. Ricollegandosi alle esperienze dei simbolisti francesi, Ungaretti si sforza di ritrovare l’intima essenzialità di ogni espressione: il nuovo corso lirico da lui inaugurato si è prestato alla definizione di ermetismo. La sua poesia esprime inizialmente la pena derivante da una solitudine senza rimedio, in versi di scabra e rarefatta liricità ( Il porto sepolto, 1916; Allegria di naufragi, 1919). Attraverso lo studio di Petrarca e Leopardi e le traduzioni da poeti stranieri, il linguaggio di Ungaretti si fa quindi più disteso e meditativo ( Sentimento del tempo, 1933) per ripiegarsi ulteriormente su motivi autobiografici ( Il dolore, 1947; La terra promessa, 1950; Un grido e paesaggi, 1952; Il taccuino del vecchio, 1960; Dialogo d’amore 1958. Prose di viaggio: Il povero nella città (1949), Il deserto e dopo (1961). Muore a Milano nella notte tra il…

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“Entro la Rocca di Cadmo” di Giorgina Busca Gernetti (inedita)

ENTRO LA ROCCA Di CADMO

Raggiungo i solitari tetri ruderi,
di quella che fu Tebe, la potente
città beota dalle Sette Porte
sorta fra gesta empie e misteriose.
Risuonano i miei passi tra le pietre
e i rovi delle squallide rovine.
Odo un’eco dolente che rinnova
le vicende cruente della schiatta
di Cadmo, che compagni nuovi trasse
dai denti di un dragone in terra sparsi.

L’eco sussurra che un tenero bimbo,
legati stretti i piedi, fu lasciato
sull’alto Citerone perché i lupi
lo sbranassero, lui, causa di morte
predetta dall’oracolo a Giocasta
e a Laio, re di Tebe, madre e padre
dolenti, ma crudeli verso il figlio.
Dalla morte scampò grazie a un pastore
pietoso che lo offerse come figlio
al gran re di Corinto, illustre Pólibo.

Non si sfugge al crudele, ferreo Fato.

Edipo, benché amato, volle andare
a Delfi per svelare il doloroso
mistero sui suoi veri genitori.
«Apollo non rispose apertamente
alla domanda mia. Predisse, invece,
lacrimevoli e orribili sciagure:
essere mio destino con mia madre
giacere e aver da lei prole nefanda
e uccidere mio padre»¹. Ecco il responso
che spinse Edipo in fuga da Corinto.

Giunse a Tebe e compì quel suo destino
mentre credeva salvi i genitori
legati a lui da amore, non dal sangue.
Azioni atroci ed empie la vendetta
degli dèi scatenarono su Tebe
e tu, Edipo, re ignaro ma colpevole,
ai Cadmèi la radice del tuo crimine,
causa di peste e morte e lutti e pianti
nella gran Tebe dalle Sette Porte,
confessasti con lacrime di sangue.

L’eco porta i lamenti dei Tebani
inorriditi per Giocasta, appesa
a una trave nel talamo, distrutta
dall’incesto e dall’empia sua materna
cura dei figli nati da suo figlio.
Ecco Edipo dal volto insanguinato
gridare il suo ribrezzo per se stesso,
figlio e marito, padre dei fratelli.
Non più vedere il sole con quegli occhi!
La fibbia li ha accecati, li ha distrutti.

Tebe abbandono, gli occhi lacrimosi
non di sangue ma di pietà profonda.
Che valse a Edipo vincere la Sfinge
e sciogliere l’arcano suo quesito?
Che valse al suo valore la corona,
lo scettro, il regno e il titolo regale?
Che valse a lui l’amore di Giocasta,
madre, poi sposa e madre dei suoi figli?
Nella Cadmea l’invidia degli dèi
è incisa a fondo in ogni amara pietra.
.
¹ Sofocle, Edipo re, vv. 788-793
*

Immagine dal Web: Edipo e la Sfinge
(coppa attica del V secolo a.C., Musei Vaticani)

© Giorgina Busca Gernetti

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“Poesia” di Giorgina Busca Gernetti nel Giorno della Poesia

POESIA

Amica sacra dei miei giorni amari
tu sei, fedele e cara mia compagna
di sofferenze, di gioie, d’amore,
dell’emozioni che l’animo sfiorano
ogni istante del giorno e della notte
insonne, da tormenti ottenebrata.

Mi specchio in te, mia fida confidente,
e più profondamente
tu affondi in me le tue lievi radici.

Tu, voce mia, sai dire ciò che l’animo
sente soffrendo o fremendo di gioia.
Tu serbi e rendi eterne le memorie
che nel passato la mente ritrova;
tu vive e colorite le sai rendere
il tempo sconfiggendo con il canto.

Lo specchio sei della mia vita oscura,
specchio della memoria,
libro perenne d’ogni mia sventura.

Amica mia, restami accanto ancora
nei giorni buî del mio disinganno,
spente le vaghe illusioni di luce.
Tu, degli affanni mia consolatrice,
con il miele dei versi il mio dolore
lenisci e sana, mio divino farmaco.

Come aurea pioggia su di me discendi
ad irrorare l’animo
di sereni, amorosi sentimenti.
*

dal libro Echi e sussurri, sezione Alba dell’anima, Polistampa, Collana Sagittaria, Firenze 2015

immagine dal WEB:
Saffo (presunta), affresco pompeiano

 

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“Coglie fiori nei prati” di Giorgina Busca Gernetti dal libro “Ombra della sera”, Genesi, Torino 2002

 

COGLIE FIORI NEI PRATI

Coglie fiori nei prati
Proserpina, intreccia ghirlande
la dolce ridente fanciulla
tornata dall’Averno,
dal tenebroso arcano della morte
che genera la vita.

Spenta di colore e di profumo
la terra nella squallida stagione.
Al suo ritorno l’intreccio dei canti
d’uccelli festosi nei voli
tra il fitto stormire dei rami
echeggia armonioso nell’aria.

La tenera dolcezza
dei timidi, casti colori
s’esala in effluvio soave
dalle fragili corolle, dischiuse
al tepore, alla luce più viva
dei giorni più lieti.

Anche l’animo rinasce al colore
al suono al profumo alla luce,
se fugge, scacciato dai raggi
corruschi di Elio,
il tetro funereo silenzio
del pallido inverno.

*

dal libro Ombra della sera, Genesi, Torino 2002

immagine dal web: Flora, affresco di Castellammare di Stabia

 

 

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“Antigone” di Giorgina Busca Gernetti (inedita)

ANTIGONE

La Cadmea riecheggiava di lamenti
dopo l’orrenda guerra fratricida
dei Sette contro Tebe, dilaniata
dalla sete del regno e del potere
che spinse i due fratelli in campo a battersi,
Eteocle e Polinice, entrambi uccisi
per reciproci colpi, entrambi esanimi
giacenti a terra innanzi all’alte mura.

Creonte, re di Tebe, impose esequie
solo al fratello morto per la patria,
Eteocle, mentre l’altro, Polinice,
fuor delle mura becchi d’avvoltoi
per tomba e fiere e soltanto disprezzo.
La legge dello Stato, degli uomini
questo pretende e impone a chi brandisce
contro la patria l’empie armi in guerra.

Leggi divine oppongono al divieto
di sepoltura ai morti la pietà,
gli affetti familiari, il sacro culto
dei defunti deposti nei sepolcri.
Non scritte leggi degli dèi¹ pretendono
obbedienza alle parole dell’animo.
A nulla vale opporsi e da tiranno
di morte minacciare chi è pietoso.

Legge divina o legge umana chiama
Antigone, sorella dei due giovani
fratricidi tra loro? E la sorella
Ismene a quale legge obbedirà
se teme la vendetta di Creonte?
Ismene prega e invoca la sorella
perché non sfidi l’ira del tiranno
e lasci Polinice in preda ai cani.

«Come osi, sorella, calpestare
l’amor fraterno e per viltà fiaccare
la mia obbedienza alla legge divina?
Io vado a seppellirlo. È mio fratello
e io lo amo². Questa è la mia legge,
la legge degli dèi. Tu hai paura
del tiranno Creonte e degli uomini.
Vattene, Ismene. Con me non ti voglio!»

L’eco dolente che segue il viandante
sussurra la vicenda commovente
di Antigone, pietosa del fratello,
che lo lava, riveste e poi ricopre
di pietre, sotto un tumulo onorevole
per un essere umano tanto amato,
il sangue del suo sangue, Polinice,
colpevole ma degno di un sepolcro.

Grida iraconde risuonano a Tebe:
il tiranno Creonte ormai conosce
l’atto pietoso, per lui grave colpa
contro le leggi da lui stesso scritte.
Antigone rimprovera violento,
a morte la condanna e la rinchiude
nella Grotta dei Morti, lei fanciulla
senza nozze né figli dal suo Emóne.

Fiere parole l’eco mi sussurra
di Antigone di fronte al re Creonte:
«Questa dunque è la bella ricompensa
per aver dato sepoltura sacra
al corpo tuo, fratello Polinice!
Ma bene ho fatto a renderti gli onori
imposti dalla legge degli dèi.
Chi è saggio lo capisce e mi comprende.³»

Fuggo da Tebe Antigone onorando,
piangendo la sua sorte di sorella
martire per le leggi di un tiranno.

*****

¹ Sofocle, Antigone, vv. 452-455
² ivi, vv. 80-81
³ ivi, vv. 902 sgg.

.*Sébastien Norbline (1796 – 1884), Antigone dà sepoltura al fratello Polinice.

© Giorgina Busca Gernetti

 

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