“Sposa del vento” di Roberto ROSSI TESTA

La poesia e lo spirito

“Sposa del vento” è la quarta raccolta poetica di Roberto Rossi Testa – traduttore e saggista nato a Torino nel 1956 – dopo Stanze della mia sposa (1987), Poca luce (2002) e Eunoè (2005). L’elegante volume, edito da Nino Aragno Editore, raccoglie i componimenti scritti tra 1984 e il 2004 suddivisi in due parti; la seconda, più ampia, contiene i testi più recenti.

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Poesie per un no

La poesia e lo spirito

Roberto Rossi Testa, Poesie per un no, Nino Aragno Editore

Molte cose, magari anche contraddittorie, rappresenta e contiene l’ultimo libro di versi di Roberto Rossi Testa, Poesie per un no, appena uscito presso Nino Aragno Editore.
Innanzitutto vi si trovano raggi di luce che fendono la tenebra di questi nostri giorni disperati; e nondimeno esso è un’agenda con l’indirizzo della morte, che molti hanno smarrito, forse per averlo riportato su un foglietto volante: magari quello dei quotidiani o dei talk show, che durano il tempo dello spettacolo e lasciano dietro di sé, come unico frutto, una scia di veleni; mentre, assecondando l’umano, l’esortazione di Rossi Testa è la seguente: “riaccendi i lumi stanchi/ di chi ti trovi accanto”, insegnando a “non contare le ore”, ma semplicemente a viverle.
Ecco, qui si possono trovare le “primizie d’altri regni”, che parevano perdute nel marciume quotidiano, nell’immondizia dilagante, di cui…

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Per Roberto Rossi Testa

La poesia e lo spirito

Roberto
Lidia, la compagna di una vita del carissimo Roberto, ha risposto in questo modo splendido al mio appello. La ringraziamo di cuore per il dono suo e del nostro amico.

***

Mi avevi chiesto di scrivere una semplice cosa per Roberto. Posso dirti, avendo condiviso per ventidue anni ogni suo pensiero e scandagliato ogni verso della sua poesia, che lui aveva scritto già in età giovanile il compendio della sua vita – anima e destino – e insieme il suo epitaffio, con queste semplici parole, alle quali desidero affidare il suo ricordo.

Nel vedere la mia
prima stella cadente
non avvertii presagio
d’imminente fortuna.
Al contrario provai
l’angoscia del distacco,
l’orrore dello schianto.
Io pertanto non chiesi
più potere o la gloria,
maggior feudo, altra donna,
non chiesi che a un sapere
fosse strappato il velo.
Chiesi per me e per lei
di risalire in cielo.

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VITTORIO SERENI, UN POSTO DI VACANZA – I

Un Posto di vacanza

Sereni Vittorio Sereni al lavoro a Bocca di Magra, 1979 (fonte: web)

I

Un giorno a più livelli, d’alta marea

– o nella sola sfera del celeste.

Un giorno concavo che è prima di esistere

sul rovescio dell’estate la chiave dell’estate.

Di sole spoglie estive ma trionfali.

Così scompaiono giorno e chiave

nel fiotto come di fosforo

della cosa che sprofonda in mare.

Mai la pagina bianca o meno per sé sola invoglia

tanto meno qui tra fiume e mare.

Nel punto, per l’esattezza, dove un fiume entra nel mare

Venivano spifferi in carta dall’altra riva:

Sereni esile mito

filo di fedeltà non sempre giovinezza è verità

…….

Strappalo quel foglio bianco che tieni in mano.

Fogli o carte non c’erano da giocare, era vero. A mani vuote

senza messaggio di risposta tornava dall’altra parte il traghettatore.

Un fiume negro – aveva promesso l’amico –

un bel fiume negro d’America

Questo…

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LA PREGHIERA DI ETTORE PER IL FIGLIO ASTIANATTE

vociantiche

Ettore è sulle mura di Troia con la moglie, la nutrice e il piccolo Astianatte. Sta per tornare in battaglia, nonostante il tentativo di Andromaca di dissuarderlo, ma prima di lasciare i suoi cari, prende tra le braccia il figlio e prega gli dei che gli concedano un futuro glorioso, come si addice al figlio di un guerriero.

Così dicendo, Ettore glorioso si protese verso suo figlio:
ma il bambino, con un grido, si piegò indietro a cercare il petto
della nutrice dalla bella cintura, atterrito alla vista del caro padre,
temendo il bronzo e il cimiero chiomato,
poiché lo vedeva ondeggiare terribile dalla sommità dell’elmo.
Ne sorrisero l’amato padre e la nobile madre:
subito dalla testa si tolse l’elmo Ettore glorioso
e lo posò a terra, che tutto splendeva;
poi, appena ebbe baciato il figlio adorato, se lo palleggiò tra le mani
e disse pregando Zeus e gli altri…

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IL MITO DI ARIANNA NEL RACCONTO DI CATULLO

vociantiche

Nel carme 64, Catullo (I a.C.) inizia a narrare delle nozze di Peleo e Teti, genitori di Achille, e, mentre descrive la loro camera nuziale, si sofferma sulla coperta distesa sul letto. Buon pretesto per passare a un altro mito, lì abilmente raffigurato: quello dell’infelice amore di Arianna per Teseo.

Nell’immagine, mosaico della saga di Arianna e Teseo (IV d.C.).

0 saga teseo arianna.png

LA DISPERAZIONE DI ARIANNA: IL MITO RACCONTATO DALL’EPILOGO (1/6)

“Ed ecco sulla riva di Dia, battuta dalle onde, Arianna,

scrutando, vede Teseo in fuga, sulla nave che veloce se ne va,

e in cuore porta invincibile furia;

non vuol credere di aver visto ciò che ha visto,

ora che strappata a un sonno pieno di inganni

si ritrova tristemente sola sulla spiaggia deserta.

Ma il giovane, fuggendo, colpisce coi remi il mare né di lei si ricorda,

gettando ai venti in tempesta le vane promesse.

Tra le alghe, lo guarda…

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La Terrazza dei Maestri: Vincenzo Cardarelli

Un Posto di vacanza

il-poeta-vincenzo-cardarelliVincenzo Cardarelli

La speranza è nell’opera.

Io sono un cinico a cui rimane

per la sua fede questo al di là.

Io sono un cinico che ha fede in quel che fa.

Homo sum

Io pago tutto.

Non c’è peccato

ch’io non abbia finora

debitamente scontato.

Ho un organismo vitale

che vuole, contrariamente

al Diavolo di Goethe,

vuole il Bene e fa il Male.

Pensate quale puntualità

e che liste di conti da saldare.

Ai messi del Signore

l’uscio della mia casa è sempre aperto.

E spesso delle loro intimazioni,

prevenendole,

io stesso senz’attenderli

mi faccio esecutore.

Sì che quand’essi giungono

ritto sull’uscio li fermo

e li rimando dicendo:

Amici, sono anch’io

cursore e complice di Dio.

Che dunque venite a fare

se il debito è già pagato?

Forse è perciò che una donna cattiva

suole dire celiando

Ch’io sono un santo e innanzi di morire

farò miracoli.

Talvolta infatti…

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Pavese nello specchio di Orfeo

Il classicista

Non so quanto siano ancora letti i Dialoghi con Leucò, capolavoro di Cesare Pavese pubblicato nel 1947; quanto, per esempio, i professori ne consiglino la lettura ai loro studenti. Per ovvi motivi non sarà come fino al XX secolo, che quel libricino era irrinunciabile nella biblioteca di un intellettuale (e ancora questo termine non era così fuori corso e tedioso).

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Otto poesie di George Gordon of Byron (per un reading al Giardino degli Eroi a Missolungi, 28.04.2017), traduzione e nota di Furio Durando

LA PRESENZA DI ÈRATO

1200px-George_Gordon_Byron,_6th_Baron_Byron_by_Richard_Westall_(2)

Cammina, lei, nella bellezza

Cammina, lei, nella bellezza, come
la notte a latitudini serene
e sotto cieli trapuntati a stelle;
e tutto il meglio di splendore e buio
s’accorda nel suo aspetto e nei suoi occhi,
fatti sì dolci a quella luce tenera
che il cielo nega al giorno scintillante.

Un’ombra sola in più, di meno un raggio
solo spariglierebbero la grazia
che indicibile disegna onde nere
sopra ogni treccia, o tenuemente illumina
il suo viso, dove i pensieri esprimono
sereni, dolcemente, quanto pura,
quanto amata sia la lor dimora.

E sopra quella gota e quella fronte,
tanto morbide, e calme, ed eloquenti,
il riso suo che avvince, i suoi color
che brillano raccontano di giorni
consunti nel far bene, di una mente
ch’è in pace universale, e del suo cuore,
e del suo amore ch’è tutto innocente!

She Walks In Beauty

She walks in beauty, like the night
Of…

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Omaggio a Giorgio Bàrberi Squarotti

Poetarum Silva

2009 14 bàrberi squarotti gli affanni

Giorgio Bàrberi Squarotti, 14 settembre 1929 – 9 aprile 217

Sul balcone

Sul balcone è rimasto salvo solo
un geranio rosato al suo ritorno
dopo le settimane d’altre stelle
esanime e la luna troppo accesa
sopra i canali incerti e il soffio, forse,
di un fiume in mezzo a monasteri e chiese
e i fremiti di canne e di campane.
Un po’ piegata, nuda nel candore
veemente del mattino, le tettine
dolcemente tremanti, la poca acqua
versava impietosita e molto erronea
sulla terra brulla, ma più ancora
sull’indorato seno e sui capezzoli
induriti, fino alle cosce subito
nervose. Sui capelli, aridamente
le cadde un petalo dal cielo, e giunsero
allora merli e passeri e colombi
a beccarle per allusione e gioco
la pelle desiderata; ed appena
qualche piccolo segno rosso, dopo,
le rimaneva, come un dono ironico
o un avvertimento del suo tempo
che si è fatto troppo breve, e allora

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