“La capra” di Umberto Saba nell’Anniversario della nascita (9 marzo)

LA CAPRA

Ho parlato a una capra
Era sola sul prato, era legata.
Sazia d’erba, bagnata
alla pioggia, belava.

Quell’uguale belato era fraterno
al mio dolore. Ed io risposi, prima
per celia, poi perchè il dolore è eterno,
ha una voce e non varia.
Questa voce sentiva
gemere in una capra solitaria.

In una capra dal viso semita
sentiva querelarsi ogni altro male,
ogni altra vita.

 

Umberto Saba, Il Canzoniere, 1900 – 1921

Immagine dal Web

 

 

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La donna in poesia: Giorgio Caproni, Raffaele Carrieri, Giovanni Giudici, Charles Baudelaire, Pablo Neruda, Jacques Prévert

LA PRESENZA DI ÈRATO

2010_44337_68079Okiana Mikeli – La donna e la pittura

DONNA CHE APRE RIVIERE

Sei donna di marine,
donna che apre riviere.
L’aria delle mattine
bianche, è la tua aria
di sale – e sono vele
al vento, sono bandiere
spiegate a bordo l’ampie
vesti tue così chiare.

Giorgio Caproni

VOLGITI DALLA MIA PARTE

Lascia pinze e pinzette
E le matite che riscrivono l’occhio.
Mia bella, lascia il rosso
Che tinge il bicchiere.
Lascia scorrere la voce
Come un liquore insensato
E non correggere il tempo
Con l’ora tetra dell’orologiaio.
Mia bella, non aggiungere non sottrarre:
Lascia al pettine il divagare
E volgiti dalla mia parte.

Raffaele Carrieri

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“Il giglio del deserto” di Giorgina Busca Gernetti, dal libro “La luna e la memoria”, Genesi, Torino 2000

IL GIGLIO DEL DESERTO

Oro di sabbia fine,
labili dune
scolpite dal vento:
accanto palpita il mare.

Il candido giglio, superbo
sull’alto stelo,
non teme la torrida vampa
del sole a picco.

Miracolo di vita
sulla rena riarsa,
intrisa di aspra salsedine.

*

dal libro La luna e la memoria, Genesi Editrice, Torino 2000
poi in Onda per onda
, Edizioni del Leone, Spinea- Venezia 2007
(raccolta di tutte le poesie ispirate dal mare inserite nei precedenti libri – Prefazione di Paolo Ruffilli)

La spiaggia che me l’ha ispirata e dove l’ho composta è “Baia Gusmay” nel Gargano

 

 

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Poesie di Pier Paolo Pasolini nell’Anniversario della nascita (5 marzo 1922)

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SUPPLICA A MIA MADRE

È difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.

Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.

Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.

Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.

E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anima.

Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:

Ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.

Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.

Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.

Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…
*

O ME GIOVINETTO

O me giovinetto! Nasco
nell’odore che la pioggia
sospira dai prati,
di erba viva… Nasco
nello specchio della roggia.

In quello specchio, Casarsa
-come i prati di rugiada-
trema di tempo antico.
Là sotto, io vivo di pietà,
lontano fanciullo peccatore

in un riso sconsolato.
O me giovinetto, serena
la sera tinge l’ombra
sui vecchi muri: in cielo
la luce acceca.
*

IL FANCIULLO MORTO

Sera luminosa, nel fosso
cresce l’acqua, una donna incinta
cammina per il campo.

Io ti ricordo, Narciso, avevi il colore
della sera, quando le campane
suonano a morto.
*

SENZA DI TE TORNAVO

Senza di te tornavo, come ebbro
non più capace d’esser solo, a sera
quando le stanche nuvole dileguano
nel buio incerto.

Mille volte son stato così solo
dacché son vivo, e mille uguali sere
m’hanno oscurato agli occhi l’erba, i monti
le campagne, le nuvole.

Solo nel giorno, e poi dentro il silenzio
della fatale sera. Ed ora, ebbro,
torno senza di te, e al mio fianco
c’è solo l’ombra.

E mi sarai lontano mille volte,
e poi, per sempre. Io non so frenare
quest’angoscia che monta dentro al seno;
essere solo.

Pier Paolo Pasolini

 

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“Oscillano le fronde, il cielo invoca” di Mario Luzi in memoriam mortis (28 febbraio)

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OSCILLANO LE FRONDE, IL CIELO INVOCA

Oscillano le fronde, il cielo invoca
la luna. Un desiderio vivo spira
dall’ombra costellata, l’aria giuoca
sul prato. Quale presenza s’aggira?

Un respiro sensibile fra gli alberi
è passato, una vaga essenza esplosa
volge intorno ai capelli carezzevole,
nel portico una musa riposa.

Ah questa oscura gioia t’è dovuta,
il segreto ti fa più viva, il vento
desto nel rovo sei, sei tu venuta
sull’erba in questo lucido fermento.

Hai varcato la siepe d’avvenire,
sei penetrata qui dove la lucciola
vola rapida a accendersi e sparire,
sfiora i bersò e lascia intatta la tenebra.

 

*

La poesia risale al 1945; è una lirica d’amore, ambientata in un magico paesaggio, in cui s’aggira una misteriosa presenza femminile. (Quaderno gotico, Firenze 1947)
Temi: presenza e assenza della donna amata, il bisogno di comunione e di amore, la difficile speranza della salvezza.

Mario Luzi, Poesie, I Meridiani, Mondadori 1998

 

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Un anno

Il mio giornale di bordo

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Una sola stella
nel cielo
in questo tramonto
che si estende
oltre le montagne
nell’orizzonte
verso quello sguardo
che mira lo stesso cielo
la medesima stella
in quell’istante
come spiriti separati
che appartengono
alla stessa anima.

Antonio De Simone

Eng_One year
Only one star
in the sky
in this sunset
that extends
beyond the mountains
in the horizon
towards that look
that aims the same sky
the same star
at that instant
as separate spirits
belonging
to the same soul.

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“La sera fiesolana” di Gabriele D’Annunzio ad memoriam (1 marzo 1938)

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LA SERA FIESOLANA

Fresche le mie parole ne la sera
ti sien come il fruscío che fan le foglie
del gelso ne la man di chi le coglie
silenzioso e ancor s’attarda a l’opra lenta
su l’alta scala che s’annera
contro il fusto che s’inargenta
con le sue rame spoglie
mentre la Luna è prossima a le soglie
cerule e par che innanzi a sé distenda un velo
ove il nostro sogno si giace
e par che la campagna già si senta
da lei sommersa nel notturno gelo
e da lei beva la sperata pace
senza vederla.
.
Laudata sii pel tuo viso di perla,
o Sera, e pe’ tuoi grandi umidi occhi ove si tace
l’acqua del cielo!
Dolci le mie parole ne la sera
ti sien come la pioggia che bruiva
tepida e fuggitiva,
commiato lacrimoso de la primavera,
su i gelsi e su gli olmi e su le viti
e su i pini dai novelli rosei diti
che giocano con l’aura che si perde,
e su ‘l grano che non è biondo ancóra
e non è verde,
e su ‘l fieno che già patì la falce
e trascolora,
e su gli olivi, su i fratelli olivi
che fan di santità pallidi i clivi
e sorridenti.
.
Laudata sii per le tue vesti aulenti,
o Sera, e pel cinto che ti cinge come il salce
il fien che odora!
Io ti dirò verso quali reami
d’amor ci chiami il fiume, le cui fonti
eterne e l’ombra de gli antichi rami
parlano nel mistero sacro dei monti;
e ti dirò per qual segreto
le colline su i limpidi orizzonti
s’incúrvino come labbra che un divieto
chiuda, e perché la volontà di dire
le faccia belle
oltre ogni uman desire
e nel silenzio lor sempre novelle
consolatrici, sì che pare
che ogni sera l’anima le possa amare
d’amor più forte.
.
Laudata sii per la tua pura morte
o Sera, e per l’attesa che in te fa palpitare
le prime stelle!

^
in Alcyone, 1903

in memoriam mortis: 1 marzo 1938

 

 

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“La Fonte Castalia” di Giorgina Busca Gernetti (inedita)

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LA FONTE CASTALIA

Castalia è il nome della sacra fonte
cui m’accosto per spegnere la sete
d’eterei versi, pregni d’armonia
celeste come il canto dell’allodola
all’alba, che rischiara l’ampia volta
dianzi oscurata dalla nera notte.

Sento un’eco lontana, lieve, fievole
come suono di flauto o di siringa,
a gara, di pastori tra le pecore
brucanti sul pendio, presso la roccia
scoscesa, fessurata, da cui sgorga
cantando l’acqua sacra della fonte.

«Ascoltami, viandante, che ti aspergi
le mani alla mia fonte fresca e limpida.
Sono Castalia, Ninfa concupita
da Febo Apollo, dio di me bramoso,
dei miei sensuali amplessi, benché pura
e casta io fossi fra le gaie Ninfe.

Il mio rifiuto fu la mia condanna.
Il mio bel corpo in acqua chioccolante
si sciolse, scaturita dalla rupe
ferita del Parnaso, fessurata
per lasciarmi sgorgare in fresca fonte
lungo la via che a Delfi su conduce.»

«Casta Amadrìade, Ninfa dal bel nome
che la Fonte Castalia ha fatto suo,
soccorrimi nei giorni d’amarezza
in cui, silenti, i versi nel mio spirito
non sanno risuonare per l’angoscia
che li incatena come inerti schiavi!

L’acqua tua sacra io bevo, dissetando
l’anima amara che il dolce ristoro
sente e si desta, viva e ormai bramosa
di cantare, di scrivere, di vivere
nell’armonia celeste dei suoi versi
che le sgorgano come la tua fonte.»

Con mani terse ed anima serena
salgo verso l’oracolo di Delfi,
grata a Castalia, ormai limpida fonte
che dà vita ai poeti, li ridesta
se spenti, se assopiti, se indolenti,
mentre a sé li richiama la Poesia

*
immagine dal web (non è la Fonte Castalia)

© Giorgina Busca Gernetti

 

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“Alba dell’anima” dal libro “Echi e sussurri”, sezione “Alba dell’anima”, Polistampa, Collana “Sagittaria”, Firenze 2015

echi e sussurri

 

ALBA DELL’ANIMA

Nel lucore dell’alba
l’anima lieve si libra nell’aria
– tenera foglia danzante nel vento –
candida e pura, dall’ombra mondata
degli angosciosi tormenti di ieri.

Fresca rugiada sull’erba, sui rami
dei meli in fiore, dei mandorli e peschi
tutto ristora, disseta, risveglia,
rafforza e fiero vigore v’infonde
per la lotta del vivere.

Rugiada limpida scende nell’anima
– puro lavacro in sacrosanto rito –
e pace effonde, luce più serena,
intima forza ad affrontare il giorno
senza tetri timori.

*

dal libro Echi e sussurri, sezione Alba dell’anima. Polistampa, Collana Sagittaria, Firenze 2015

 

 

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“Alla notte” di Giorgina Busca Gernetti, dal libro “Echi e sussurri”, sezione “Fiori della notte”, Polistampa “Sagittaria”, Firenze 2015

echi e sussurri

 

ALLA NOTTE

Notte, mia chiara notte di lucenti
stelle trafitta nel tuo manto oscuro,
avvolgimi ed annullami nel tepido
rifugio del tuo limpido, infinito
spazio incommensurabile.

Quali soffici nuvole i tormenti,
sfilacciate nel bruno a coprir stelle
per attimi impalpabili, a svelarle
nella loro armonia, trama di miti
intessuta d’eterno.

Tace la luna nuova.
Il suo buio silenzio un vuoto imprime
nel tuo spazio divino, tra le stelle.
Ma più chiare le faci del tuo regno
scintillano ad accogliere il mio voto.

Accoglimi nel seno
del tuo corpo materno, sacra notte;
via dal pensiero le nuvole scaccia
sì che la luce splenda senza un’ombra
nel mio annullarmi in te, mia notte amica.

*
dal libro Echi e sussurri, sezione Fiori della notte, Polistampa, Collana Sagittaria, Firenze, 23 settembre 2015

 

 

 

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